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Colorimetria e sue applicazioni nei processi.
Scopo della colorimetria
Lo scopo della colorimetria è quello di costruire un modello matematico
che metta in relazione gli attributi percettivi del colore con
delle grandezze fisiche, cioé misurabili.
Ancor più semplicemente è quello di potere misurare il colore in modo
univoco, cioè di potere assegnare univocamente a un colore un valore.
Noi siamo in grado, sensorialmente, di confrontare (e anche in modo
piuttosto preciso) due colori, e di stabilire se sono uguali o diversi, e di
rispondere in "cosa" eventualmente differiscono. Ma siamo molto meno in
grado di rispondere in "quanto" differiscono. In questo dovrà venirci in
aiuto la colorimetria.
Colori autoluminosi e colori superficiali
- I colori autoluminosi sono quelli che per essere osservati, non hanno
bisogno di essere illuminati. Si pensi a un colore prodotto dal monitor
del computer;
- i colori superficiali invece, per essere osservati, hanno bisogno di
essere illuminati. Si pensi ad esempio al colore stampato su un foglio
di carta. È evidente che il colore dell'illuminante influenzerà il
colore osservato.
Attributi percettivi del colore
Intendiamo con l'aggettivo "percettivo" un qualcosa che è legato alla
percezione, un qualcosa di sensoriale.
Gli attributi percettivi del colore sono tre:
- la tinta: attributo secondo il quale noi
indichiamo un colore con un nome: giallo, verde, blu, arancione.
- la purezza, o saturazione:
attributo che indica l'intensità con cui emerge la tinta da un colore.
Un colore più o meno puro apparirà come miscelato a una maggior o minor
quantità di bianco. I colori acromatici (in
pratica i "non colori": il bianco, i grigi, il nero) sono colori la cui
purezza è nulla, e di essi non è esprimibile la tinta. I colori monocromatici
sono invece quelli che hanno la maggior saturazione possibile;
- la brillanza e la chiarezza:
sono due attributi utilizzabili in alternativa l'uno all'altro. La
brillanza è l’attributo secondo il quale noi percepiamo un colore come
emettente più o meno luce (sia riflessa, sia direttamente emessa, e
riguarda pertanto sia i colori autoluminosi, sia i colori superficiali).
La chiarezza è invece l’attributo secondo il quale noi percepiamo un
colore come riflettente più o meno luce (riguarda solo i colori
superficiali).
Tinta e purezza assieme definiscono la cromaticità
di un colore.
Se due colori hanno stessa tinta, stessa
purezza e stessa brillanza (o stessa
chiarezza) sono percepiti come uguali.

Esempi di variazione, rispetto al colore central, di un solo attributo
Fotorecettori dell’occhio umano
La retina dell’occhio umano presenta due tipi di fotorecettori:
i bastoncelli e i coni,
distribuiti su di essa, con una concentrazione maggiore nella parte
centrale, detta fovea.
I bastoncelli sono sensibili a valori di illuminazione molto bassi ma non
riconoscono le diverse lunghezze d’onda, sono quindi responsabili della
visione “crepuscolare” (o "scotopica").
I coni sono responsabili della visione “diurna” (o
"fotopica")e sono di tre tipi diversi, contrassegnati dalle lettere
s, m, l
(lettere che stanno per "short", "medium", "long", in riferimento alle
lunghezze d'onda cui sono maggiormente sensibili).
Ciascun tipo è maggiormente sensibile a una certa gamma di lunghezze d’onda
nel campo del visibile (lunghe, medie e corte).
Ogni terna di coni s, m, l invia al nostro cervello tre segnali nervosi
contemporaneamente. Questa terna di segnali nervosi viene interpretata dal
cervello come un certo colore e proprio per questo prende il nome anche di “tristimolo”.
I tre attributi percettivi del colore sono anch'essi in relazione biunivoca
con con il tristimolo, ossia ad ogni tristimolo corrispondono tre attributi
percettivi, e viceversa.
Metamerismo
Non distinguiamo pertanto i colori in base al loro spettro, ma in base a
quanto lo spettro eccita rispettivamente i tre tipi di coni.
È proprio per questo che due colori che vengono percepiti come uguali (e
quindi diciamo che sono uguali) possono avere anche spettri
differenti, ma eccitano nello stesso modo una terna di coni s, m, l.
Due colori che producono lo stesso tristimolo, e
quindi sono percepiti come uguali, ma che hanno spettro
differente, sono detti colori metamerici.
Due colori superficiali possono essere metamerici sotto un certo
illuminante, ma non esserlo sotto un illuminante differente (ossia con uno
spettro differente): il colore percepito è infatti dato sia dallo spettro
del colore superficiale, sia da quello dell'illuminante.
Sensibilità spettrale dei fotorecettori umani
La determinazione della esatta sensibilità spettrale dei fotorecettori
umani non è ancora del tutto compiuta. Gli studi vengono effettuati
analizzando il comportamento dei coni prelevati da primati (scimmie) o
analizzando i coni prelevati da cadaveri umani. Ma tali sensibilità
spettrali interessano più l’anatomo-patologo o il fisiologo della visione,
che non lo studioso del colore.
Seguendo un approccio diverso, indiretto, ossia ponendo degli osservatori
davanti a una serie di opportuni stimoli di colore, e facendoli
metodicamente confrontare, mediante uno strumento chiamato colorimetro
a comparazione, nel 1931 la "Commission
Internationale de l'Eclairage (CIE) pervenne alla
definizione delle “curve di imitazione del colore”
che, pur non rappresentando la sensibilità spettrale dei fotorecettori
dell’occhio, ne sono in corrispondenza biunivoca.
In altre parole le “curve di imitazione del colore” corrispondono a tre
curve di sensibilità spettrale, di tre ipotetici fotorecettori, la cui
eccitazione è in corrispondenza biunivoca con l'eccitazione dei coni
dell'occhio umano.
Tali “curve di imitazione del colore” sono dette
anche "funzioni colorimetriche" e sono indicate
con i simboli x(λ),
y(λ),
z(λ).
Quindi due colori che appaiono uguali (ossia due colori metamerici)
ecciteranno nello stesso modo i coni s, m, l.
Ma ecciteranno allo stesso modo anche tre fotorecettori "artificiali" aventi
curve di sensibilità spettrale x(λ),
y(λ),
z(λ),
corrispondenti alle “curve di imitazione del colore”.
Misurando l'eccitazione di tali fotorecettori sarà possibile avere una terna
di valori, indicati con le lettere X, Y, Z (maiuscole), che è misura univoca
del colore.
È possibile realizzare tre fotorecettori di questo tipo, filtrando dei
fotosensori, sensibili in modo costante a tutto lo spettro visibile con
(aventi cioè uno sensibilità spettrale rappresentata da una retta
orizzontale), con tre filtri aventi trasmittanza spettrale uguale alle curve
di imitazione del colore.
È quello che avviene in uno strumento di misurazione del colore detto colorimetro
a filtri.

Le tre curve di imitazione del colore x(λ),
y(λ),
z(λ).

Schema di colorimetro a filtri:
- il campione di colore C emette un fascio luminoso cromatico che
viene scomposto in tre fasci uguali dagli specchi semiriflettenti S1
(R%= 66,6%, T%=33,3 %) e S2 (R%=50% e T%=50%), mentre S3 è solo
riflettente;
- i filtri FX, FY e FZ hanno per spettro di trasmissione le curve di
imitazione del colore;
- i fotosensori R hanno sensibilità spettrale costante su tutto lo
spettro visibile, e ricevono ciascuno un fascio filtrato. Inviano al
display indicatore un segnale proporzionale al flusso radiante che li
colpisce.
In pratica misurando due colori metamerici (ossia che appaiono uguali)
con un colorimetro a filtri si otterrà la medesima terna dei valori X, Y,
Z.
Spazi cromatici e spazi colorimetrici.
Un colore può essere prodotto in tanti modi, e la modalità di produzione
dello stesso può essere utilizzata per darne un metodo di misurazione.
Ad esempio: disponendo di 3 inchiostri trasparenti e colorati cyan, magenta,
e giallo, possiamo produrre, per sintesi sotrattiva, un certo colore
mescolandoli in opportune quantità: io potrò dire che un certo colore è dato
da 30 cm3 di cyan, 10 cm3 di magenta e 70 cm3 di giallo (o qualsiasi altre
quantità ad esse proporzionali).
In questo modo quel colore è univocamente determinato, ma:
- dipende dal colore dei tre inchiostri di partenza;
- mescolando quei tre inchiostri potrò ottenere infiniti colori, ma non
potrò ottenere qualsiasi colore.
Altro esempio: eccitando opportunamente i pixel rossi, verdi e blu (R, G, B)
di un monitor otteniamo, per sintesi adittiva, un certo colore: io potrò
eccitare i pixel, ad esempio, di un valore 127 per il rosso, di un valore
255 per il verde, e di un valore 31 per il blu.
Anche in questo modo quel colore è univocamente determinato, ma:
- dipende dal colore dei tre pixel primari;
- con quei colori primari potrò ottenere infiniti colori, ma non potrò
ottenere qualsiasi colore.
In entrambi i casi abbiamo individuato due spazi cromatici.
Si chiamano spazi, perché, come nello spazio geometrico, un punto è
individuato con tre coordinate, anche negli spazi cromatici un colore è
individuato da tre valori di colori primari, detti coordinate cromatiche.
Tuttavia uno spazio cromatico può avere anche più di 3 coordinate
cromatiche: si pensi ad esempio alla stampa in quadricromia: possiamo
utilizzare la percentuale di punto di retino di ciascun colore di stampa
come coordinata cromatica.
Con il 20% di Cyan, 40% di Magenta, 30% di giallo, e 10% di nero otteniamo
un certo colore, ma quel certo colore potrà in genere essere ottenuto con
una "quaterna" di percentuali di punto anche diversa, in quanto abbiamo
utilizzato un quarto colore.
I tre esempi di spazi cromatici visti sono dipendenti dal dispositivo:
- nel primo caso il dispositivo è costituito dai tre inchiostri;
- nel secondo caso il dispositivo è costituito dal monitor, con i
primari RGB che utilizza;
- nel terzo caso il dispositivo è costituito dai particolari quattro
inchiostri, dalla carta su cui si stampa, dalla stampante (o macchina da
stampa) utilizzata.
Cambiando il dispositivo non è affatto detto che, pur con gli stessi
valori delle coordinate cromatiche, io ottenga il medesimo colore.
I tre esempi di spazi cromatici qui visti permettono di rappresentare infiniti
colori, ma non tutti i
colori.
Uno spazio cromatico che dipende dal dispositivo
è detto anche spazio cromatico relativo.
Quando uno spazio cromatico permette di rappresentare tutti i
colori possibili, ed è indipendente dal
dispositivo, è detto spazio colorimetrico
(e pertanto le sue tre coordinate, che sono tre, e non più di tre, sono
dette coordinate colorimetriche), o anche spazio cromatico
assoluto.
Indipendente dal dispositivo significa tre coordinate che identificano
biunivocamente un colore, e che quindi sono in relazione biunivoca con il
tristimolo.
Se vogliamo, si potrebbe anche dire che lo spazio
colorimetrico dipende anch'esso da un dispositivo, ma da un dispositivo
molto particolare: l'occhio dell'osservatore medio.
Le tre coordinate X, Y, Z prima citate costituiscono le coordinate
colorimetriche dello spazio colorimetrico CIE 1931,
in una delle sue due rappresentazioni adottate, detta anche CIE
1931 XYZ (l'altra è mediante le coordinate x, y, Y, detta
pertanto CIE 1931 xyY)
Un altro importante spazio cromatico che tratteremo è lo spazio
colorimetrico CIE 1976 nei due sistemi di coordinate L*,
a*, b* (CIE 1976 L*a*b*) e L*, C*, h° (CIE 1976 L*C*h°), più adatto
alla rappresentazione dei colori superficiali (mentre CIE 1931 risulta più
comodo per i colori autoluminosi).
Gli spazi cromatici assoluti sono comunque "intercambiabili": nel senso che
conoscendo le coordinate colorimetriche espresse in uno spazio, è sempre
possibile, applicando delle formule di trasformazione, passare alle
coordinate nell'altro spazio, e viceversa.
In realtà lo spazio colorimetrico è uno solo: CIE
1931 XYZ, CIE 1931 xyY, CIE 1976 L*a*b*,
CIE 1976 L*C*h° come vedremo, sono alcune tra le sue più
importanti rappresentazioni.
Tratteremo inoltre uno spazio cromatico un po' particolare che è lo spazio sRGB.
Un colore rappresentato in uno spazio cromatico relativo (cioè dipendente da
un dispositivo), ossia di cui se ne conoscono le coordinate in quello spazio
cromatico, potrà essere rappresentato nello spazio colorimetrico (cioè
assoluto, indipendente dal dispositivo), ossia si potranno conoscere le
coordinate colorimetriche, mediante l'operazione di "profilatura del
dispositivo". La profilatura è essenzialmente un'operazione matematica che
consiste nel trasformare le coordinate cromatiche relative in coordinate
colorimetriche assolute, ma per poterla fare è necessario conoscere le
caratteristiche del dispositivo (ad esempio per una macchina da stampa gli
inchiostri, la carta, e anche eventuali difetti della macchina).
I programmi in grado di gestire il colore (ad esempio Adobe Photoshop®)
effettuano questa operazione, ma per farla devono conoscere le
caratteristiche del dispositivo. Sarà comunque questo un argomento che verrà
trattato più avanti con maggior dettaglio.
Il gamut
Con il termine gamut si intende l'insieme dei
colori ottenibili o da un dispositivo, o dei colori possibili nel caso degli
spazi colorimetrici assoluti.
A volte il termine si intende anche per indicare l'insieme dei colori più
saturi ottenibili con un dispositivo, oppure di tutti i colori, ossia i
colori monocromatici e i magenta bicromatici, nel caso degli spazi
colorimetrici assoluti.
Si parlerà per cui, ad esempio, del gamut di un monitor o di una stampante,
per indicare tutti i colori ottenibili con quel monitor o con quella
stampante, oppure del gamut di uno spazio colorimetrico, per indicare tutti
i colori possibili.
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Livio Colombo
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